Alla faccia dei fondi sovrani e degli effetti persistenti del recente boom petrolifero. La crisi colpisce duro anche Dubai inducendo la sua amministrazione ad avviare colloqui con il governo centrale degli Emirati Arabi Uniti allo scopo di concordare un piano di intervento statale a sostegno delle compagnie in difficoltà.
Il significato della notizia, resa nota oggi dal Financial Times, appare evidente: la concatenazione di cause prodotta dalla crisi ha coinvolto l'economia di uno dei sette emirati che compongono la federazione alimentando il rischio di una brusca inversione di tendenza per un Paese caratterizzato da una rapida crescita in atto ormai da un decennio. Secondo quanto emerso, il governo di Abu Dhabi dovrebbe mettere a disposizione nuova liquidità per le compagnie statali riproducendo nell'economia reale quanto già fatto per le banche che, in ottobre, avevano ricevuto fondi per 33 miliardi di dollari.
A generare la crisi di Dubai c'è la contrazione dei traffici commerciali. Contrariamente ad Abu Dhabi, che basa la sua economia sulle risorse petrolifere (detenendo il 90% del totale nazionale), Dubai ha alimentato la sua espansione grazie al ruolo strategico di snodo commerciale. Attualmente, ha segnalato l'agenzia di rating Fitch, l'emirato sarebbe indebitato per 70 miliardi di dollari. Una cifra superiore al valore del suo prodotto interno lordo ma in grado, probabilmente, di essere coperta dalla liquidità bancaria tuttora disponibile.