Royal Bank of Scotland Group ha annunciato ieri di aver pianificato il licenziamento di circa 3.700 impiegati, pari al 14% della sua divisione di retail banking. «Attualmente abbiamo uno staff in rapporto ai clienti più ampio del 30% rispetto ai nostri concorrenti, il che comporta che si passi solamente meno della metà dell’orario di lavoro a contatto con gli utenti», ha dichiarato Brian Hartzer, amministratore delegato della divisione retail inglese. «Abbiamo investito troppo poco nelle nostre filiali e nelle infrastrutture dedicate alla clientela, proprio in un momento in cui le persone stanno modificando il rapporto con la propria banca - ha aggiunto -. Per questo dobbiamo muoverci in questa direzione per ricostruire il nostro successo e fornire un servizio migliore ai correntisti».
I tagli al personale, che sono stati descritti dalla stessa RBS come «profondamente dolorosi ma necessari», fanno parte di un più vasto piano di ristrutturazione interna che sarà portato avanti nel corso dei prossimi due anni. Un portavoce dell’istituto di credito di Edimburgo ha spiegato inoltre che i licenziamenti non fanno parte dei recenti accordi presi con le autorità europee.
Complessivamente, da quando Stephen Hester ha assunto il ruolo di Ceo della banca, sono stati eliminati dai libri paga quasi 20 mila lavoratori (compresi gli ultimi 3.700): attualmente il numero di dipendenti risulta pari a 25.700 unità. Nel frattempo, in Gran Bretagna è scattata la reazione dei sindacati: il segretario nazionale della sigla Unite, Rob MacGregor, ha dichiarato in un comunicato diffuso via mail che «per RBS l’annuncio dei nuovi tagli nello staff è un’assoluta follia».
Nel frattempo è giunta la notizia che la banca, insieme alla concorrente Lloyds, non pagherà bonus per i dipendenti che percepiscono un reddito base superiore alle 39 mila sterline (oltre 63 mila dollari). Ad annunciarlo è stato lo stesso governo di Londra, in un comunicato pubblicato questa mattina.