Si chiama F-35 Lightning II, per gli amici Joint Strike Fighter. Aereo da combattimento tra i più sofisticati in circolazione, è destinato a sostituire il consolidato modello F-16 in una delle più grandi operazioni di restyling dell’aereonautica militare Usa per la gioia dei piloti a stelle e strisce e, soprattutto, della più importante società di settore del mondo: la Lockheed Martin.
Sulla carta dovrebbe essere un affare memorabile ma il condizionale è più che mai necessario. Perché l’intesa raggiunta in passato rischia ora di saltare per far spazio a un nuovo accordo decisamente più economico. Con un intervento recente, il Government Accountability Office (Gao) Usa, l’equivalente della nostra Corte dei Conti, ha formalmente chiesto alla Casa Bianca di rivedere i contratti di produzione dell’F-35 mettendo sotto accusa l’impennata dei costi produttivi e i ritardi di consegna. Rispetto al programma 2007, i costi di acquisizione sono cresciuti di 46 miliardi e la fase di sviluppo è stata estesa per altri due anni. 323 miliardi di costo per una produzione complessiva di 1.457 aerei, 4 velivoli consegnati dei 13 destinati al collaudo: rispettivamente troppo e troppo poco secondo il Gao per mantenere in vita l’appalto alle attuali condizioni.
Se Washington accoglierà i suggerimenti dell’Accountability Office, il ritorno inizialmente previsto dell’operazione (800 milioni) potrebbe ridimensionarsi. Una brutta sorpresa per la Lockheed ma non solo. Nel progetto, infatti, sono coinvolti diversi partner stranieri tra i quali spiccano l’italiana Finmeccanica e la sua controllata Alenia. L’Italia, rese noto la stessa Alenia nel 2008, è, con circa 20 aziende coinvolte, il secondo partner internazionale per valore dell’impegno economico. L’investimento complessivo sostenuto dai costruttori della Penisola vale più o meno 1 miliardo di dollari.
La decisa presa di posizione del Gao potrebbe indurre molti governi a seguire a l’esempio. Interessati all’F-35 sono infatti diversi Paesi stranieri. Tra questi c’è anche l’Italia, che presso la base militare di Cameri (Novara) ospita l’unico centro per la manutenzione, il supporto logistico e l’aggiornamento dei velivoli al di fuori dei confini Usa. Secondo il quotidiano Il Manifesto, l’Italia sarebbe da tempo pronta a sborsare 12,9 miliardi di dollari per l’acquisto di 13 velivoli.
Matteo Cavallito
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