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Guardian, finanza creativa parte III: un “doppio Lussemburgo” per favore! - 04/02/2009

In assenza di operazioni di finanza creativa la major del settore pubblicitario WPP Group avrebbe dovuto pagare ogni anno non meno di 200 milioni di sterline di tasse al Tesoro britannico...

In assenza di operazioni di finanza creativa la major del settore pubblicitario WPP Group avrebbe dovuto pagare ogni anno non meno di 200 milioni di sterline di tasse al Tesoro britannico. Ma in un crescendo di operazioni fantasiose e disgraziatamente legali, la società britannica è riuscita ad aggirare i propri obblighi fiscali sfruttando i regimi d'imposta più favorevoli del Vecchio Continente. E' l'emblematica storia raccontata dal Guardian nella terza parte dell'inchiesta condotta sull'evasione fiscale legalizzata del Regno.

Tutto ha inizio nel 1999 quando la compagnia guidata da Martin Sorrell decide di fondare la propria filiale lussemburghese (WPP Luxembourg) a cui affiancare successivamente un'impressionante serie di micro società affliate registrate nei piccoli paradisi fiscali europei. Questo schema permette a WPP di finanziare le proprie operazioni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna attraverso prestiti provenienti dalle filiali irlandesi. Gli interessi pagati dalle sussidiarie anglo-americane si trasformano in profitti per le cosiddette "Irish branches". Solo che l'utile registrato a Dublino è sottoposto a una tassazione bassissima (il 12,5%) e così, attraverso un'operazione formalmente legale, la compagnia ottiene un risparmio significativo.

Quando l'allora ministro dell'economia Gordon Brown bloccò questa scappatoia fiscale, i vertici di WPP non si scomposero. Correva l'anno 2000 e i creativi del gruppo avevano già un piano di riserva: il “doppio Lussemburgo”. La maggior parte dei profitti della compagnia iniziarono a essere convogliati in Lussenburgo dove i ricavi venivano trasferiti da una sussidiaria all'altra. I profitti lordi poterono quindi essere classificati come “locali” ed essere pertanto sottoposti alla tenerissima pressione fiscale del Granducato. Quando nel 2005 anche questo loophole fu bloccato scoccò l'ora delle partnership “olandesi”. Si trattava in realtà di accordi siglati dalle società lussemburghesi ma registrati a Rotterdam. Una strategia relativamente semplice che permise al gruppo di ottenere un'ampia residenza fiscale in Olanda sfuggendo ancora una volta dalle “grinfie” dell'esattoria britannica.

Secondo il Guardian la pressione fiscale media subita da WPP nel Regno Unito nel corso degli ultimi 6 anni è stata inferiore all'1% con meno di 5 milioni di sterline versate nelle casse dello stato a fronte di mezzo miliardo di profitti annuali medi. Nel corso dell'anno passato WPP non ha pagato tasse in Gran Bretagna.

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