Il Norwegian Government Pension Fund, noto per le sue posizioni all’avanguardia nella responsabilità sociale e d’impresa, ha posto sotto esame la quota di azioni della multinazionale Nestlè, che ammonta a 17 miliardi di corone norvegesi (1,9 miliardi di euro). A far accendere i fari del fondo pensione scandinavo sono stati i sindacati locali, che in una lettera hanno segnalato al ministro delle Finanze come, a loro avviso, il colosso alimentare svizzero si sia «sistematicamente reso protagonista di palesi violazioni dei diritti umani».
A confermare l’arrivo della lettera è stato - riporta il sito Responsible-Investor - un portavoce del ministero, che tuttavia ha preferito non entrare nel merito delle accuse: «La comunicazione ricevuta dal ministro sarà, come è prassi, sottoposta al giudizio del Consiglio etico del fondo». Nestlé, nel frattempo, si è trincerata dietro un secco no comment.
Secondo i sindacati norvegesi, il gruppo alimentare ha violato le linee guida etiche imposte dalle convenzioni dell’ILO (International Labour Organisation), soprattutto in Indonesia e India. Per questo le rappresentative dei lavoratori si sono appellate al governo di Oslo, «affinché ponga il board della multinazionale sotto pressione, costringendolo a soddisfare i requisiti imposti dall’organismo internazionale e dallo stesso fondo pensione governativo. Qualora il dialogo con l’azienda non risultasse costruttivo, poi, il ministro delle Finanze dovrebbe considerare l’ipotesi di eliminare la partecipazione azionaria in Nestèé».
Già poche settimane fa, il fondo aveva escluso l’azienda israeliana Elbit System Ltd. dal proprio portafoglio, specificando di averlo fatto - anche in quel caso - per ragioni etiche. Il ministro delle Finanze aveva dichiarato infatti che le analisi dei tecnici dell’amministrazione di Oslo segnalavano come l’industria avesse perpetrato nel tempo «un comportamento tale da costituire un inaccettabile contributo ad una serie di violazioni delle fondamentali norme etiche, in particolare per quanto concerne il coinvolgimento nella costruzione della barriera di separazione nei territori occupati». Una presa di posizione che provocò un vero e proprio incidente diplomatico, con l’ambasciatore norvegese che fu convocato dal ministro degli Esteri israeliano per fornire spiegazioni sulla vicenda.