Trump chiama… Foxconn risponde?

Lavoratori in una fabbrica Foxconn a Shenzhen. Foto: Steve Jurvetson,   Wikimedia Commons

Lavoratori in una fabbrica Foxconn a Shenzhen. Foto: Steve Jurvetson, Wikimedia Commons

La taiwanese Foxconn, maggior contractor di assemblaggio tecnologico del mondo, sarebbe attualmente impegnata in negoziati con le autorità americane per l’avvio di un investimento negli Stati Uniti. Una scelta che nascerebbe dalla necessità di seguire le imprese clienti in patria. Lo segnala il South China Morning Post. Foxconn, che impiega da sola circa 1 milione di individui, opera soprattutto in Cina sfruttando il vantaggio competitivo legato al basso costo del lavoro. Il colosso Apple è tuttora il suo principale cliente. L’azienda, nota il SCMP, è presente negli Usa dal 2013 ma opera soltanto nei settori della logistica e dei servizi post vendita.

Durante la campagna elettorale, Trump ha promesso di imporre una tassazione del 35% sulle aziende americane che producono beni all’estero per poi rivenderli negli Usa. Apple, Intel e le altre grandi imprese del settore tecnologico, ricorda il quotidiano di Hong Kong, hanno delocalizzato da tempo gran parte della produzione rifornendosi soprattutto in Asia. La prospettiva di un aumento delle tassazione potrebbe quindi indurre le grandi corporation a rimpatriare parte della loro produzione inducendo così i loro fornitori a seguirle negli Usa. In caso di trasferimento produttivo, i vantaggi legati alla prossimità del cliente sarebbero evidenti, ma i costi del lavoro resterebbero proibitivi. Per questo, sottolinea quindi il SCMP, a determinare le scelte degli assemblatori potrebbe essere la capacità di automatizzare la produzione attraverso un crescente utilizzo della robotica. Un obiettivo, quest’ultimo, che la stessa Foxconn, per altro, starebbe perseguendo già da tempo in Cina.

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