Intelligenza artificiale: più lavoro e Italia promossa

Robot in mostra a Hong Kong. Foto: Ngchinfung wikimedia commons

Intelligenza artificiale buona o cattiva in prospettiva occupazionale? Secondo una ricerca appena pubblicata lo sviluppo di queste tecnologia - quanto mai al centro degli investimenti internazionali - potrebbe creare nuovi posti di lavoro tra quelli cosiddetti senior, cioè contraddistinti da alta qualificazione ed esperienza.

Lo studio (Turning AI into concrete value: the successful implementers’ toolkit) è stato condotto tra marzo e giugno 2017 dal Digital Transformation Institute di Capgemini su manager provenienti da nove paesi (Australia, Francia, Germania, India, Italia, Olanda, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti), attivi in mille aziende di sette diversi settori (automotive, bancario, assicurativo, manifatturiero, telecomunicazioni, retail e utility) e con ricavi superiori ai 500 mila dollari, tutte impegnate nell'implementazione dell'intelligenza artificiale.

L’83% delle imprese intervistate conferma la creazione di nuove posizioni all'interno dell’azienda e denuncia un aumento delle vendite del 10%, direttamente legato all'impiego di questa tecnologia. Certo l'aumento di posizioni riguarda per due terzi nuove assunzioni a livello manageriale o superiore, ma è anche vero che il 63% (o, solo il 63%?) delle imprese consultate che hanno implementato l’intelligenza artificiale su larga scala nei propri processi produttivi non registra alcuna perdita di posti di lavoro. L'effetto dell'introduzione dell'intelligenza artificiale sarebbe anche la diminuzione di attività ripetitive e mansioni amministrative, nonché la riqualificazione dei dipendenti.

Va detto che l'Italia, stando al report, si difende bene nel settore, posizionandosi al terzo posto tra i Paesi delle società intervistate, col 44% circa di aziende che starebbe implementando progetti di intelligenza artificiale su larga scala (prima l'India, seconda l'Australia, quarta la Germania).

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